Ritagliarsi uno spazio per sé: perché è un atto rivoluzionario

Introduzione
Ritagliarsi uno spazio per sé oggi non è un lusso.
È una scelta controcorrente.
Tra lavoro, responsabilità, relazioni e una quotidianità sempre piena, trovare tempo per sé può diventare sorprendentemente difficile.Viviamo immersi in una cultura che misura il valore attraverso la produttività. Fare è diventato sinonimo di esistere. Eppure, quando smettiamo di concederci tempo per ascoltarci, qualcosa si incrina.
Ricordi quando è stata l’ultima volta che ti sei concessə uno spazio solo tuo, uno spazio di vuoto, senza obiettivi, senza performance?
Ritagliarsi uno spazio per sé è un atto rivoluzionario perché interrompe l’automatismo del fare e riporta al centro l’essere. Non è una fuga, è una forma di resistenza — culturale, corporea, politica. Vediamo perché.
Perché è così difficile ritagliarsi uno spazio per sé?
Il sistema culturale contemporaneo spinge verso velocità, efficienza, ottimizzazione continua.
Non a caso, il filosofo Byung-Chul Han (La società della stanchezza, Saggi – Figure Nottetempo) definisce la nostra epoca “società della prestazione”: non siamo più costrettə dall’esterno, ma spintə dall’interno a fare sempre di più, senza mai raggiungere una versa sensazione di appagamento.
Anche il tempo libero diventa perciò un tempo produttivo: corsi da completare, hobby da “ottimizzare”, vacanze pianificate al minuto per non “sprecare” nulla. Persino il riposo viene misurato, tracciato, valutato.
E il tempo per sé, quello senza scopo, si restringe fino quasi a sparire.
Perché abbiamo bisogno di rallentare
La lentezza non è inerzia. È consapevolezza.
Il sistema nervoso ha bisogno di pause reali per integrare le esperienze emotive. Senza momenti di presenza, restiamo in uno stato di iper-attivazione costante, che impedisce al cervello di elaborare informazioni ed emozioni in modo integrato —un meccanismo che la letteratura sulla regolazione emotiva descrive spesso attraverso il concetto di “finestra di tolleranza”: lo spazio in cui riusciamo a restare in contatto con ciò che sentiamo senza esserne sopraffattə.
La presenza, essere nel qui e ora, non è assenza di azione, non è un esercizio di passività.
È regolazione. E ne abbiamo davvero bisogno.
Quando viviamo in automatico e perdiamo il contatto con noi stessi
È possibile continuare a funzionare perfettamente, anche in assenza di uno spazio per sé, di vuoto e di rigenerazione. Ma può capitare di sentire uno scollamento interno, conseguenza del sovraccarico mentale ed motivo.
Continui a rispondere alle mail, a sorridere alle riunioni, a portare avanti la giornata — ma la sera non ricordi bene cosa hai provato, solo cosa hai fatto.
In psicologia si parla di dissociazione funzionale: una modalità adattiva che – in uno stato di sovraccarico o stress – permette di continuare a performare, riducendo il contatto con il corpo e il desiderio autentico.
È un meccanismo di protezione dell’individuo nel breve termine, ma nel lungo termine conduce alla frammentazione di identità e percezione.
Ritagliarsi uno spazio per sé significa interrompere questa sorta di automatizzazione.
Significa chiedersi:
- Che cosa desidero davvero?
- Questo ritmo mi appartiene?
- Sto vivendo o sto reagendo?
Stare soli fa bene? Solitudine, isolamento e spazio per sé
Clarissa Pinkola Estés scrive: “Essere soli non significa essere vuoti.”
Il vuoto è spazio fertile. Il vuoto è il luogo in cui può emergere ciò che è autentico.
È importante distinguere due piani che spesso si confondono: l‘isolamento difensivo, che allontana dagli altri per proteggersi da un dolore, e la solitudine di riconnessione, che invece ci riporta più vicinə a noi stessə — e, indirettamente, anche agli altri.
Uno spazio personale di ascolto di sé permette di distinguere il desiderio interno da quello appreso culturalmente.
Non è isolamento, è riconnessione: ci ricongiunge con le nostre emozioni, con i nostri bisogni più autentici.
In un certo senso, ci libera. Ci permette di abbassare il volume esterno, per rimanere in ascolto delle nostre voci più interne. E creare un dialogo, intimo, profondo, trasformativo.
Perché prendersi tempo per sé è un atto politico
Il tempo non è neutro.
La percezione del tempo varia in base al contesto, alla cultura, al genere.
Storicamente, il tempo per l’interiorità è stato negato in particolare alle donne, il cui tempo viene culturalmente percepito come un tempo da donare: alla casa, al marito, ai figli e alle figlie.
Ho approfondito questo tema anche attraverso la mia formazione nel contrasto alla violenza di genere: il controllo sul tempo altrui — decidere quando, come e per chi qualcunə può disporre di sé — è spesso una delle prime forme, più silenziose, di controllo relazionale. Non solo nelle situazioni più estreme: anche nella quotidianità, quando il tempo per sé viene percepito come qualcosa da giustificare, da meritare, da negoziare.
La possibilità di fermarsi, di disporre liberamente del proprio tempo, diventa quindi anche una questione di potere.
Scegliere la lentezza invece della velocità e preferire la presenza alla performatività significa sottrarsi a una narrazione che misura il valore solo attraverso la produttività.
Ritagliarsi uno spazio per sé diventa un gesto politico silenzioso, ma potentissimo.
Fotografia come strumento di ascolto e consapevolezza
Nel mio lavoro come counselor a orientamento sistemico-relazionale e facilitatrice di fotografia maieutica autobiografica, utilizzo l’immagine come uno dei modi possibili per creare questo spazio di ascolto.
Non perché una fotografia possa dirci chi siamo o dare risposte al nostro posto. Ma perché fotografare e lasciarsi fotografare possono cambiare, anche solo per qualche momento, il modo in cui prestiamo attenzione.
Quando ci fermiamo davanti a un’immagine, o davanti all’obiettivo, il ritmo rallenta. Iniziamo a osservare un gesto, una postura, una distanza, il modo in cui occupiamo lo spazio. Possiamo accorgerci di qualcosa che nelle giornate abituali passa inosservato.
Non serve sapere già cosa raccontare.
Spesso il lavoro parte proprio da qui: da ciò che ancora non ha parole.
Un’immagine può far emergere una sensazione, una memoria, una contraddizione. Può mostrarci la distanza tra come pensiamo di dover apparire e come, invece, ci sentiamo. Può diventare una traccia da osservare insieme, senza doverla spiegare immediatamente.
Perché la fotografia favorisce l’ascolto
Quando ci mettiamo davanti all’obiettivo in uno spazio protetto, accade che:
- il corpo rallenta;
- l’attenzione si sposta all’interno;
- emergono contenuti non verbalizzati.
Le ricerche sull’ arte espressiva dimostrano che simbolizzare le emozioni promuove e facilita l’integrazione emotiva. L’esperienza creativa attinge al nostro inconscio e permette al nostro sentire più incontrollato e viscerale di trovare uno spazio di espressione. Il linguaggio simbolico svolge così una funzione catartica e liberatoria, portando alla luce ciò che dell’inconscio chiede di essere visto.
L’immagine svolge questa stessa funzione.
La fotografia diventa così uno spazio di consapevolezza e di liberazione.
Come creare uno spazio personale nella quotidianità
Non servono rivoluzioni drastiche, per ritagliarsi uno spazio personale nella frenesia delle nostre vite quotidiane.
Servono micro-spazi protetti.
- un’ora senza notifiche, dedicata a niente in particolare;
- un tempo dedicato al corpo — respiro, movimento, silenzio;
- dieci minuti davanti all’obiettivo, senza cercare una posa, solo osservandoti.
Il Ritratto Maieutico nasce da questa esigenza: creare un tempo in cui fermarsi e percepirsi attraverso l’immagine. Con un approccio maieutico e l’utilizzo di strumenti creativi, le persona si incamminano in un viaggio introspettivo e insieme liberatorio.
La fotografia qui non è performance, è un esercizio di presenza.
Domande per chi sente il bisogno di rallentare
A volte il bisogno di fermarsi non arriva in modo chiaro. Non sempre sappiamo dire: ho bisogno di tempo per me. Più spesso ce ne accorgiamo attraverso una stanchezza che non passa, una sensazione di essere sempre altrove, oppure attraverso quella strana distanza da noi stessə che si crea quando le giornate sono piene di cose da fare, ma sempre meno di cose da sentire.
Perché ci sentiamo in colpa quando ci fermiamo?
Fermarsi può sembrare semplice, ma non sempre lo è. Siamo abituatə ad associare il nostro valore a ciò che produciamo, risolviamo, sosteniamo. Per questo un tempo senza uno scopo preciso può essere percepito come inutile, perfino egoistico.
Il senso di colpa nasce spesso proprio qui: nell’idea che il riposo debba essere meritato, che prima venga tutto ciò che è necessario e soltanto dopo, se resta spazio, possiamo occuparci di noi.
Ma uno spazio personale non è ciò che rimane alla fine della giornata. È una parte della giornata. Non è una ricompensa per essere statə abbastanza produttivə, disponibile o efficiente.
Forse allora la domanda non è soltanto quando posso fermarmi?, ma anche: che cosa penso di dover dimostrare prima di concedermelo?
Che cosa emergerebbe se rallentassimo davvero?
Rallentare non significa necessariamente stare immobili. Significa creare abbastanza spazio perché qualcosa possa essere percepito.
Quando il rumore diminuisce possono emergere stanchezza, desideri trascurati, insofferenze, bisogni che avevamo rimandato. Ma anche curiosità, piacere, idee e parti di noi che nella velocità quotidiana non trovano posto.
Ed è forse anche per questo che fermarsi può fare paura.
Finché siamo impegnatə a fare, non dobbiamo necessariamente chiederci come stiamo, cosa desideriamo o se il modo in cui stiamo vivendo ci somiglia ancora.
Rallentare può allora diventare una forma di ascolto: non per trovare immediatamente delle risposte, ma per permettere alle domande di diventare finalmente udibili.
Il ritmo che stiamo vivendo ci appartiene davvero?
Non tutti i ritmi che abitiamo sono stati scelti.
Alcuni li abbiamo ereditati. Altri li abbiamo imparati osservando ciò che veniva considerato giusto, efficiente, desiderabile. Altri ancora nascono dalle richieste del lavoro, delle relazioni, della cura, dalla necessità di essere disponibili e presenti per qualcun altro.
Con il tempo può diventare difficile distinguere ciò che desideriamo da ciò a cui ci siamo semplicemente adattatə.
Chiedersi questo ritmo mi appartiene? non significa necessariamente cambiare tutto. Può voler dire iniziare a riconoscere quali parti della nostra giornata sono realmente nostre e quali, invece, rispondono continuamente alle aspettative esterne.
A volte basta questo primo movimento: accorgersi.
Non serve un’occasione speciale
Ritagliarsi uno spazio per sé non richiede una crisi o un evento simbolico.
É comune percepire il tempo della cura come un tempo non prioritario, e perciò marginale e non necessario. Spesso, ci si autorizza a fermarsi soltanto in “occasioni speciali”, eventi straordinari che sentiamo possano giustificare un tempo di azione sospeso. Anche questa è una credenza culturalmente contaminata, ma di cui possiamo liberarci.
Concedersi un tempo di presenza e di cura di sé non chiede giustificazioni, chiede soltanto disponibilità.
Se senti che è il momento di rallentare, la fotografia può diventare una pratica di presenza.
Puoi scrivermi per approfondire il percorso di Ritratto Maieutico e capire se questo spazio è ciò di cui hai bisogno ora.
La presenza non ha calendario.
Ha intenzione. La tua qual è?
Vuoi continuare questo spazio di ascolto?
Se senti che queste domande hanno aperto qualcosa e vuoi continuare a esplorarti attraverso le immagini, puoi partire da una delle mie risorse gratuite.
Un’esperienza di fotografia introspettiva è un workbook con 7 esercizi guidati per osservare il tuo sguardo sul mondo, sperimentare l’autoritratto e lasciare che le immagini diventino un modo diverso per raccontarti e ascoltarti.
Puoi riceverlo gratuitamente iscrivendoti alla mailing list di Arcantico e potrai disiscriverti in qualsiasi momento.
Un'esperienza di fotografia introspettiva
Lascia i tuoi contatti e inizia ad esplorare!
Grazie mille!
Riceverai a breve una mail con il tuo workbook per iniziare ad esplorare il tuo sguardo.
Chi sono
Sono Adriana Alfano, counselor a orientamento sistemico-relazionale e fotografa specializzata in fotografia maieutica. Integro pratiche di ascolto e lavoro simbolico con l’immagine per accompagnare percorsi di consapevolezza e riappropriazione identitaria.
Ho approfondito la relazione tra corpo, identità e cultura anche attraverso la formazione nell’ambito del contrasto alla violenza di genere, portando nel mio lavoro uno sguardo insieme educativo, creativo e politico.