Autoritratto fotografico e immagine corporea: vedersi
In questo articolo provo a esplorare il rapporto tra autoritratto fotografico e immagine corporea: non per cercare nella fotografia una cura, ma per comprendere come il gesto di fotografarsi possa aprire uno spazio di osservazione, espressione e dialogo con il proprio corpo.

L’ autoritratto fotografico è una forma d’arte sperimentata da artisti di tutti i tempi come strumento di esplorazione del proprio sé attraverso l’immagine e l’uso del corpo.
A 17 anni sono diventata anoressica.
Da allora la mia relazione con il corpo e con l’immagine del mio corpo ha giocato un ruolo pesante, centrale e significativo nella ricerca del mio “star bene”.
Da allora ho anche sviluppato un forte interesse verso chi ha sofferto o soffre di disturbi del comportamento alimentare: ho iniziato a chiedermi, a leggere e a studiare in che modo la fotografia e l’autoritratto fotografico possano essere uno strumento di supporto in un processo di guarigione orientato a fare del corpo un alleato e non un nemico.
Ci sono tante cose da sapere, ma la cosa che conosco già è che attraverso l’autoritratto fotografico vivere la magia dell’incontro con sé, liberi dal giudizio proprio e altrui, semplicemente accogliendo la meraviglia del proprio essere imperfetti, fallibili e vulnerabili è possibile.
Ed è desiderabile.
L’autoritratto è uno strumento potente sotto questo punto di vista: permette di guardarsi, ad una giusta distanza. Giusta per aprire un dialogo con sé, che fosse anche solo “ciao”.
Questo perché l’autoritratto funge come immagine riflessa di sé ed in quanto tale può intervenire nel processo di identificazione che passa anche attraverso l’immagine corporea.
Ma a cosa ci riferiamo di preciso quando parliamo di immagine corporea?
Che cos’è l’immagine corporea
L’esperienza visiva gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra immagine corporea: come il nostro corpo ci appare. L’immagine che sviluppiamo nella nostra mente, circa il nostro corpo, coinvolge 4 dimensioni:
1. affettiva, il modo in cui ci sentiamo riguardo al nostro corpo e aspetto fisico e le emozioni associate alla valutazione di quest’ultimo;
2. cognitiva, le convinzioni che abbiamo sul nostro aspetto fisico;
3. comportamentale, i comportamenti legati all’idea del proprio corpo e aspetto fisico;
4. soddisfazione soggettiva, la soddisfazione globale per il proprio corpo e aspetto fisico.
In altre parole, l’immagine corporea è una costruzione multidimensionale, che comprende percezioni, pensieri, emozioni e valutazioni relative al proprio corpo (Nerini, Stefanile e Mercurio, 2009). Possiamo dire che l’immagine corporea è una rappresentazione del proprio corpo così come lo percepiamo e rispetto alla quale possiamo provare soddisfazione o insoddisfazione. Una forte insoddisfazione corporea può associarsi a sofferenza psicologica e rappresentare uno dei fattori di rischio coinvolti nello sviluppo di disturbi alimentari e di altri comportamenti dannosi per sé. Parliamo quindi di immagine corporea negativa in presenza di aspetti patologici e disfunzionali legati alla propria immagine corporea.

Immagine corporea, identità e autostima
La costruzione dell’identità passa anche attraverso l’immagine corporea.
Il concetto di sé riguarda il modo in cui una persona si percepisce ed include un insieme di caratteristiche, tra cui anche quelle fisiche, somatiche: il corpo. Non a caso, un momento significativo nel processo di costruzione del sé è il momento in cui il bambino riesce ad identificarsi con la propria immagine allo specchio. Ed è dal momento che il bambino riconosce sé stesso anche come oggetto (un corpo, delle sembianze, una forma) del proprio pensiero che inizia a sviluppare una fitta rete di percezioni, di sentimenti e di idee su di sé.
Fino ai 7 anni il bambino descrive sé stesso attraverso le parti del corpo, poi gradualmente inserisce elementi più astratti e complessi e completi, appartenenti alla propria sfera personale, culturale, attitudinale.
L’identificazione è il processo attraverso il quale si costruisce il concetto di sé.
L’identità e il sé sono però due cose diverse: l’identità è la capacità dell’Io di percepire la propria continuità nel tempo; è il sentirsi sé stessi nonostante i continui cambiamenti della vita.
L’identità si forma attraverso:
l’imitazione – fare come fanno gli altri
l’identificazione – sentirsi uguali agli altri
l’individuazione – sentire la propria unicità e distinguersi dagli altri
e l’interiorizzazione – sintetizzare le immagini di sé.
In questo processo di sviluppo del sé e dell’immagine corporea, l’autostima gioca un ruolo significativo.
L’autostima deriva dallo scarto che c’è tra il nostro sé ideale (quello a cui aspiriamo) e il nostro sé percepito (come ci valutiamo): maggiore è questo scarto, minore sarà la nostra autostima.
Ma cos’è che nutre l’autostima? La visibilità psicologica (Iametti 2019), ossia la possibilità di sentirsi visti nei propri bisogni e riconosciuti nei propri pensieri e nei propri sentimenti.
Perchè questo accada è importante essere consapevoli circa quello che sentiamo, che desideriamo, che ci aspettiamo che accada:
per essere visti è importante vedersi.
In che modo l’autoritratto cambia lo sguardo su di sé
Di recente ho visto una serie su Netflix (Everything now) che racconta di una ragazza appena uscita da un centro per i disturbi del comportamento alimentare e delle difficoltà che incontra nel riprendere la vita e le relazioni. In un flash back, si vede una scena in cui il suo psicoterapeuta le chiede di tracciare con un pennarello la sagoma del suo corpo così come lei lo immagina, su un grande cartellone bianco messo per terra. Poi, il dottore le chiede di sdraiarsi e con lo stesso pennarello disegna i contorni del suo corpo. Lo scopo era quello di mostrarle quanto scarto ci fosse tra il contorno immaginato da lei e quello realistico, tracciato dal dottore; il primo era decisamente più ampio del secondo.

Questa scena mostra in modo immediato lo scarto che può crearsi tra il corpo percepito e il corpo osservato. Nei disturbi alimentari, infatti, la rappresentazione mentale del proprio corpo può risultare profondamente diversa dalla sua realtà visibile.
Quando mi guardavano con stupore per la mia magrezza, io non lo comprendevo perchè mi sentivo bene, normale, anzi…magari avessi perso ancora qualche chilo.
Invece di tracciare il profilo del corpo col pennarello, possiamo scattare un autoritratto: la fotografia – con il giusto supporto psicoterapeutico – può essere di grande aiuto in un processo di riappropriazione dell’immagine di sé.
Vedersi, guardarsi, scoprirsi, percepirsi. In questo senso l’autoritratto fornisce l’occasione per stabilire un primo contatto tra quello che percepiamo e quello che vediamo, per aprire un dialogo. Soprattutto, per esplorarsi.
E’ anche un modo per intervenire sulla realtà, interiore ed esteriore, per diventare “agenti”, allargando le trame del controllo costante e rigido che rende difficile il passaggio di ogni emozione, fino a zittirle, fino a scomparire insieme a loro.
Fotografarsi per esplorare il rapporto con il corpo
Nella mia esperienza di disturbo alimentare, c’è stato un momento in cui mi sentivo io il problema: a scuola, quindi mi hanno sospeso, a scuola di danza, a casa. Finché, grazie alla psicoterapia, ho scoperto che in realtà il problema non ero io. Io ero più che altro un campanello d’allarme che suonava per avvertire di un pericolo all’interno di un sistema familiare di cui io ero soltanto un elemento. Ero l’elemento che avrebbe generato il caos, per poi permettere al sistema di riorganizzarsi su un nuovo – e più funzionale – equilibrio.
Questo mi permise di iniziare a credere che in realtà tutto quello che sentivo, nel bene e nel male, era importante, era urgente. Soprattutto, potevo esprimerlo e lo facevo principalmente attraverso la scrittura.
Un percorso di esplorazione e di narrazione di sé attraverso l’autoritratto può divenire una sorta di diario autobiografico, attraverso la raccolta o la realizzazione di immagini che parlano di noi, che raccontano la nostra visione delle cose, il nostro punto di vista, la nostra prospettiva. Il nostro dolore. Non devono necessariamente essere immagini dove noi siamo il soggetto, se ancora guardarsi è difficile, possono essere immagini che parlano di noi.
Poi si può provare a ruotare l’obiettivo della macchina fotografica verso di sé: realizzare degli autoritratti partendo dal volto, a pezzi del corpo, fino ad allargare sempre di più l’immagine perché ci contenga interamente.


La pratica dell’autoritratto può sostenere un processo di consapevolezza, perché permette di dare forma visibile alle emozioni e di osservarle da una nuova distanza. Permette di passare dal ruolo di oggetto al ruolo di soggetto e poi a quello di spettatore e in questa dinamica di ribaltamento dei ruoli di potere favorisce il rafforzamento di sé e l’autostima.

Quando ho fatto l’esercizio “corpo” nel workshop con il dispositivo SPEX creato da Cristina Nuñez, ho pianto tantissimo. Un pianto intenso, improvviso, liberatorio. Ho visto il mio corpo piano piano sollevarsi, ergersi, giocare, divertirsi, ironizzare, provocare. Ho sentito di possederlo. E, soprattutto, ho sentito che era un mio alleato.
Diverse donne, nel corso dei workshop con me, mi hanno chiesto di svolgere la sessione sul corpo insieme a me. Anche per chi non soffre di disturbi alimentari, il corpo è un tema delicato. Perché non è mai solo un corpo. Qualcuno dice sia un tempio. Per me, principalmente, il corpo è relazione.
L’esperienza dell’autoritratto è efficace nel processo di definizione e ridefinizione della propria identità. Non a caso è stato lo strumento attraverso il quale artisti di tutti i tempi hanno esplorato le tematiche connesse con l’identità come immagine riflessa, come genere, come costruzione, come mercificazione. E se l’identità passa attraverso l’immagine corporea, un percorso creativo con l’autoritratto può avere un potere terapeutico e trasformativo della nostra percezione di noi stessi.
Ho per questo dedicato spazio e cura ai miei percorsi con l’autoritratto e con il metodo SPEX: ho una profonda fiducia nel potere creativo come potere anche curativo.
Se vuoi approfondire, inizia a sperimentare scaricando questa guida.
Una precisazione importante
Quando è presente un disturbo alimentare o una sofferenza significativa legata al corpo, la fotografia non sostituisce la psicoterapia né le cure sanitarie. Può eventualmente essere utilizzata come linguaggio espressivo all’interno di un percorso condotto o coordinato da professionisti qualificati. Nei percorsi di crescita personale, invece, l’autoritratto può diventare uno strumento di esplorazione e narrazione di sé, senza finalità diagnostiche o terapeutiche.
Come iniziare un percorso di autoritratto consapevole
Non è necessario cominciare mostrando immediatamente il corpo intero. Possiamo avvicinarci alla nostra immagine gradualmente, rispettando ciò che sentiamo e il limite che, in quel momento, abbiamo bisogno di mantenere.

Un primo esercizio: fotografarsi senza cercare una bella immagine
Scegli una parte del corpo verso cui senti curiosità, distanza o resistenza. Non cercare di valorizzarla né di correggerla. Realizza tre fotografie cambiando soltanto distanza e punto di vista. Poi osservale separatamente e chiediti: che cosa vedo realmente? Che cosa provo? Quale storia sto aggiungendo a ciò che vedo?
Dall’ autoritratto a un percorso di esplorazione
Se senti che l’autoritratto può diventare uno spazio in cui incontrare la tua immagine con maggiore libertà, puoi iniziare dalla guida gratuita.
Fonti e approfondimenti
Per approfondire il rapporto tra immagine corporea, identità e uso della fotografia nella conoscenza di sé:
- Amanda Nerini, Cristina Stefanile e Chiara Mercurio, “L’immagine corporea”, in David Dettore, I disturbi dell’immagine corporea, McGraw-Hill, Milano, 2009.
Un’introduzione chiara all’immagine corporea intesa come costruzione multidimensionale, formata da percezioni, pensieri, emozioni e valutazioni relative al proprio corpo. Leggi il contributo - Judy Weiser, FotoTerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo, FrancoAngeli, Milano, 2013.
Un testo di riferimento sull’impiego delle fotografie personali, degli album di famiglia e degli autoritratti all’interno della relazione terapeutica. Scopri il volume - Istituto Superiore di Sanità, “L’impatto dei social media sulla percezione dell’immagine corporea”.
Un approfondimento sull’influenza esercitata dalle immagini, dal confronto sociale e dalla ricerca di approvazione online sulla percezione del proprio corpo. Leggi l’articolo - Ministero della Salute, “Cosa sono i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”.
Una sintesi istituzionale sulla complessità dei disturbi alimentari e sul loro possibile rapporto con peso, autostima e percezione dell’immagine corporea. Leggi l’approfondimento - Judy Weiser, “Tecniche di Fototerapia in counseling e psicoterapia”.
Una breve introduzione, disponibile in italiano, alla differenza tra fotografie realizzate dalla persona, fotografie scattate da altri, autoritratti, album familiari e immagini proiettive. Leggi l’approfondimento

