Questo post nasce per raccontarti le origini del mio servizio di Reportage Maieutico
Lo faccio attraverso il primo Reportage Maieutico che ho realizzato, senza nemmeno sapere che lo fosse. 

Ti porto all’origine di tutto.
Ti mostro il mio approccio quando era soltanto un’intuizione, ancora priva della sua cornice teorica e operativa. 

Lo faccio raccontandoti del mio incontro con Stefano Italiano e di come ho attraversato insieme a lui le fasi che scandiscono il mio Reportage oggi. Soprattutto, lo faccio partendo da una storia “comune”, nella quale identificarsi: un modo per ribadire la mia idea di arte utile e popolare. 

Reportage maieutico per Stefano Italiano,  Fitness Coach. 
Obiettivo: scoprirsi e riscoprirsi attraverso la narrazione
Anno: 2020 
Prodotto: Progetto Abramovic

Il servizio di Reportage Maieutico parte da una richiesta che in genere è l’espressione di un bisogno. Segue una fase di introspezione e di esplorazione della propria storia, delle proprie credenze, dei propri valori, per approdare all’incontro in “carne e ossa” durante il quale si utilizzano fotografia e video come ulteriore strumento di indagine personale. Il Reportage si conclude con la realizzazione di un progetto autobiografico sotto forma di video, foto, testi e musiche che racchiudono, condensano e testimoniano un messaggio per il mondo.

Partiamo!

FASE 1: LA RICHIESTA
Era il 2020, eravamo in pieno Lockdown e Stefano mi ha contattato come “creatrice di contenuti” per il suo personal branding. 
Allora tante cose erano diverse. 
Io in piena trasformazione, e lui anche. 

Aveva particolarmente apprezzato alcuni video che stavo pubblicando in quel periodo, che arrivavano alla “pancia”. Lui diceva così. 

Così, quando mi ha contattato mi ha espresso un disagio: sentiva di non rispecchiarsi più nell’immagine del Crossfitter di successo che tutti avevano acclamato e che seguivano. 

Sentiva di essere diventato altro, o meglio, sentiva che qualcosa stava cambiando.

Sentiva che nell’immagine che aveva costruito di sé fino a quel momento, non c’era stato spazio per la sua persona, per la sua storia tutta, fatta anche di sconfitte, di dubbi, di paure che confluivano nel definire un’identità tanto complessa quanto vulnerabile…o, per dirla con le parole di Stefano, per il suo essere UMANO, come tutti. 

Il problema in sostanza era questo: Stefano percepiva che l’immagine che gli altri avevano di lui non era più congruente con la sua persona e che questa incongruenza non gli stava consentendo di soddisfare i suoi bisogni e di raggiungere i suoi nuovi obiettivi, di vita e di business. 

La sua richiesta è stata quella di creare dei contenuti video che raccontassero qualcosa di più e di nuovo della sua persona e che avessero – più di tutto – un impatto emotivo: che colpissero alla pancia e che spingessero le persone a porsi delle domande. 
Qualcosa di più e qualcosa di nuovo che in realtà possedeva già, ma andava scavato per vederlo riaffiorare, passo dopo passo, sotto i nostri occhi. 

Da dove siamo partiti? Da quello che è, dalla quotidianità. 
Io credo non ci sia nulla, in certe circostanze, di più impattante della realtà stessa. 

FASE 2: L’INTROSPEZIONE E L’ESPLORAZIONE 

Stefano vive a Torino e aldilà del Lockdown che ostacolava ogni spostamento, abbiamo iniziato a parlare online. 
Nel corso di più colloqui in videoconferenza, ho domandato, ho ascoltato e ho cercato di comprendere più a fondo possibile la natura di Stefano, la sua storia, i suoi bisogni, le sue aspettative e i suoi valori.

Ho sentito chi era la persona che avevo di fronte.  
Ho capito che a delle idee ben precise rispetto ai suoi obiettivi, non corrispondeva un’altrettanto chiara visione, in Stefano, di sé stesso, perché nel pieno di un processo di transizione. 
Ho capito che era necessario partire dal dentro, dalle sfumature, per arrivare ai confini. 

Dopo questa prima fase intensa e densa di conoscenza e  di introspezione, siamo giunti alla progettazione e programmazione su carta di un progetto di reportage che combinasse fotografia e video e che mettesse a fuoco gli aspetti per Stefano più significativi della sua storia, della sua visione e della sua professione. 

FASE 3: Poi, finalmente, L’INCONTRO

Ho raggiunto Stefano a Torino e ho trascorso con lui due giorni, intensi e meravigliosi. 
Telecamere accese, quasi sempre. L’ho visto allenarsi, mangiare, svegliarsi, lavorare, stare in relazione, affondare nel passato, riemergere nel presente. 
Il tutto intervallato da diversi scambi, in cui abbiamo affrontato questioni anche complesse del suo modo di intendere la vita, in generale, ed il Fitness, in particolare. 

Abbiamo scoperto di avere tante passioni in comune, per la musica soprattutto!
Abbiamo scoperto anche di avere diverse vulnerabilità in comune legate al nostro corpo adolescente e scomodo. 

Il risultato sono stati 8 videoclip e un documentario di 30 minuti.
Non era quello che avevamo in mente.

FASE 4: il risultato

Il documentario è stato sicuramente il prodotto di quella parte improvvisata che mi piace lasciare sempre all’interno di ogni progetto. 
Quel margine non calcolato, libero, potenziale che viene fuori soltanto dopo. Soltanto alla fine. E meglio alla fine. 

Il documentario è la forma di storytelling con il più alto potere emozionale, per quanto mi riguarda. 
E’ uno squarcio vero e autentico nella realtà, nella quotidianità. E’ il mezzo che più di tutti crea un confronto con l’immagine realistica di se stessi. 

Ed è utile in due sensi:
– verso chi lo guarda, perché riesce facilmente e nell’immediato ad immedesimarsi in una storia;
– verso chi si racconta, perché è un viaggio senza ritorno dentro se stessi, perché consente di mettersi a fuoco e di rispondere a due domande fondamentali: chi sei – qui ed ora – e perché fai quello che fai. 

Ha, in questo senso, un potere maieutico*: affonda dentro, per tirare fuori. 

Chi e Perché, il secondo forse addirittura più del primo, sono il filo che ci unisce agli altri, quello che ci connette, quello che ci lega, quello che poi, con il tempo, chiamiamo FIDUCIA. 

Abbiamo intitolato il documentario: Progetto Abramovic (versione integrale)
Certo, perché scomodare Marina Abramovic per un documentario su Stefano Italiano? (Senza nulla togliere a Stefano, naturalmente). 

Per il processo, più che per il contenuto. 
Un processo che ci ha visti agire, interagire, reagire, in tempo reale. 
Una performance – per certi aspetti – che ha avuto come protagonisti me, da questa parte della telecamera, e Stefano dall’altra. 
Un processo che sa molto di casalingo, di amatoriale perché è così che è nato: dall’improvvisazione e dal patto taciuto – ma sentito – di essere autenticamente noi stessi e di essere autenticamente imperfetti. 

E’ sulla scena, nell’incontro tra me e lui, che è venuta fuori la Storia. 
Una storia di indipendenza, di libertà e di consapevolezza.
Una storia che di “finto” ha veramente poco.  

Una storia che è la “nostra” ma potrebbe essere anche la tua.

*NOTA A MARGINE: 
A distanza di 3 anni, credo che quando Stefano mi ha contattato il suo bisogno reale fosse quello di incontrare sé stesso, lontano dai riflettori e dalle maschere che si era sentito a volte anche costretto ad indossare, per rimanere nel “personaggio”. 
Aveva tutta la voglia di mollare il personaggio per incontrare la persona. 

Da quel momento, sono cambiate tantissime cose, nella sua vita ma anche nella mia. 

Quell’esperienza mi ha detto tantissimo, non soltanto di lui, ma anche di me: questo è il motivo per il quale io credo fortemente  che ogni incontro – di qualunque natura sia – è un incontro con una versione di noi.
Credo che l’altro mi serva a rispecchiarmi e credo che la storia dell’altro mi serva a comprendere meglio la mia. 

Il termine maieutico applicato alla mia fotografia è il suggerimento di Stefano che alla fine di tutto mi dice: “Quando ti ho contattato non sapevo davvero cosa aspettarmi, mi sono fidato e affidato. Sono stato ripreso in video e fotografato diverse volte nel corso della mia carriera e la cosa che mi ha stupito di più è che tu non mi abbia mai detto, nemmeno una sola volta, di mettermi in posa. Abbiamo parlato. Hai tirato fuori tanto di me, senza che me ne accorgessi. Tu non sei una fotografa “comune”, sei una fotografa maieutica: tiri fuori attraverso il dialogo quello che esiste e che trova la sua luce”.

Da allora la fotografia maieutica è il mio vestito, è quello che indosso tutti i giorni anche quando mi guardano e mi dicono: “EH?!?” 
Da tutto questo – tre anni e tanta consapevolezza dopo – nasce Reportage Maieutico, che puoi approfondire qui.

Non potevo non omaggiare questo incontro, finalmente. 
Qui invece il link al documentario completo, con tutte le sue imperfezioni e gli errori che me lo hanno fatto tenere da parte per troppo tempo forse. Ma che me lo fanno amare oggi, come un seme piantato che germoglia e crea nuova vita.

“Per essere indipendente devi essere libero. Per essere libero devi essere consapevole.” 
  Stefano Italiano