Come la fotografia promuove la creatività e il cambiamento: il potere trasformativo delle immagini.

Scattare fotografie, selezionarle, osservarle, esserne oggetto, sono azioni che hanno in se stesse una forte ed innegabile connotazione psicologica. La fotografia chiama in causa la rappresentazione e la pratica del sé. Mostrare, scegliere, presentare, raccontare una determinata foto significa un po’ scegliere –e quindi rivelare- il proprio modo desiderato di essere visti dagli altri, scegliere il proprio aspetto preferito, la propria identità.

Come ci raccontano gli studi di Linda Berman in la Fototerapia in psicologia clinica, la fotografia innanzi tutto fornisce a tutti, a prescindere dall’età, un modo in più di vedere e di essere visti, una possibilità di essere notati. 

Inoltre, le fotografie possono essere ricche di significati simbolici e diventare uno strumento importante per portare all’esterno visioni interiori: non dicono solo della realtà fotografata, ma anche del soggetto che fotografa. 

La fotografia è perciò un modo di rappresentare e di narrare sé stessi.

Con la fotografia possiamo stimolare il gusto di manipolare la realtà, esercitando una visione originale e creativa su quanto ci circonda, in termini di contesti ma anche di esperienze, allenando lo sguardo a cogliere visioni alternative della realtà, calandosi nel particolare del proprio vissuto, estraendo il valore universale del tempo e della vita.

La fotografia, come l’arte, utilizza un linguaggio fatto di simboli, di metafore, analogie, scenari corporei e sensoriali, pertanto, può svolgere una funzione educativa e terapeutica simile a quella di ogni altro linguaggio artistico, per le proprietà e le modalità che la caratterizzano.

Fotografia, immaginazione e cambiamento

I diversi linguaggi (iconico, narrativo, corporeo, musicale) dell’arte rappresentano le possibilità di intenzionare il mondo, ossia di dare corpo all’esperienza, di rappresentarsi a sé stessi e agli altri. Per cui, se noi costruiamo la nostra esperienza del mondo attraverso i linguaggi, allora è proprio attraverso i linguaggi che possiamo operare per il cambiamento, l’evoluzione o la guarigione. 

I linguaggi artistici forniscono diverse occasioni di metaforizzare, e quindi di significare, le sensazioni e le associazioni in un modo nuovo. L. Vygotski pedagogista e psicologo sovietico padre della scuola storico-culturale. “La creatività è momento integrante, assolutamente indispensabile del pensiero realistico, giacchè la corretta conoscenza della realtà non è possibile senza un certo livello d’immaginazione. L’attività creativa stimola, con l’immaginazione, la possibilità di nuove soluzioni di cambiamento.”

L’immaginazione, cos’è?

L’immaginazione può essere definita in generale come un processo creativo spontaneo e in gran parte subconscio che, utilizzando il materiale grezzo fornito dalle percezioni sensoriali e dalla memoria, produce nuove combinazioni di immagini, emozioni e idee. L’ immaginazione non è quindi una facoltà che si attiva in certi casi speciali, ma è la condizione della normale esperienza. 
E se l’esperienza è rappresentazione interna,  può essere reificata, rappresentata esternamente, attraverso una trasformazione: un linguaggio (comunicazione verbale, corporea, figurativa, musicale, ecc). 

Il linguaggio (verbale, corporeo, figurativo, musicale) è ciò che trasforma la propria rappresentazione interna in esperienza. Quindi, una rappresentazione interna, ossia un vissuto, può essere trasformato in diverse esperienze linguistico-espressive:

  • parole (oralità, scrittura);
  • rappresentazioni visive (pittura, istallazioni, fotografia, architettura);
  • azione (espressione corporea, movimento, danza, gesto);
  • suoni, musica (espressione vocale, canto, composizione musicale).

Una conoscenza concettuale, astratta da sola non è sufficiente ad alcun cambiamento, in quanto le idee sono efficaci se contengono forza immaginativa ed evocatività emozionale. Leggevo in un articolo su Psicologinews:

Il “pensare cambia di solito solo i pensieri, ma il sentire può modificare le emozioni; vale a dire, solo l’affiorare di nuove esperienze emotive (aggiungendo tonalità nuove alla configurazione affettiva di base) può modificare l’esperienza, facilitando così un riordinamento dei pattern di significato personale e quindi un cambiamento nella propria visione di sé e del mondo”.

La flessibilità e l’apertura alle novità sono quindi correlate all’immaginazione e, dunque, alla creatività che comporta la manipolazione e la ricombinazione di elementi percettivi e semantici in modo nuovo e originale. 
Il cambiamento passa attraverso la creatività. 

Il ruolo delle immagini nella promozione di esperienze creative

Nel saggio L’immagine, Jacques Aumont sottolinea come l’organo della visione non è uno strumento neutro che trasmette dei dati nel modo più fedele possibile, ma al contrario, è l’ “avamposto dell’incontro tra il cervello e il mondo”; quindi, se si parte dall’occhio si deve necessariamente tenere in considerazione il soggetto che si serve di questo occhio per guardare un’immagine, ossia lo spettatore: nel suo rapporto con l’immagine, oltre alla capacità percettiva, si attivano il sapere, gli affetti, le convinzioni, tutte largamente plasmate dall’appartenenza a una fase della storia (a una classe sociale, a un’epoca, a una cultura). 

Tutte le immagini sono influenzate dall’esperienza. 

Le persone vedono il mondo intorno a sé attraverso simili lenti inconsce che automaticamente filtrano tutto ciò che incontrano, incluse le proprie percezioni, i pensieri, i sentimenti. Allo stesso modo, guardare immagini fotografiche produce delle percezioni, delle “reazioni emozionali che sono proiettate dalla mappa interiore propria di quella persona, la mappa della realtà, che determina la spiegazione che essi danno di ciò che vedono”. (Judy Weiser)

Per questo motivo, le reazioni delle persone alle fotografie – che siano state scattate da loro o selezionate – sono molto significative all’interno di progetti di recupero, di guarigione, di cambiamento personale, perché permettono di leggere il mondo e gli eventi attraverso le loro lenti, i loro filtri, la loro visione interiore.

Se poi si riflette sulla presenza delle immagini in quasi tutte le società umane, viene da chiedersi che cosa esse ci suscitano, per quale motivo sono esistite ed esistono, in che modo noi le guardiamo e perché. La produzione di immagini non è mai del tutto gratuita, ma, anzi, in ogni epoca esse sono state create con una funzione d’uso, individuale o collettivo.

In particolare, una delle ragioni essenziali che induce a produrre immagini riguarda  l’ appartenenza dell’immagine in generale all’ambito del simbolico, e quindi la sua  posizione di mediazione tra lo spettatore e la realtà. 

(Foto di E., realizzata durante workshop di fotografia terapeutica presso comunità per il recupero dall’uso di sostanze)

La funzione psicologica delle immagini

Ernst H. Gombrich fa risalire la funzione primaria dell’immagine al suo potere di assicurare, rinforzare, consolidare e precisare il nostro rapporto col mondo visivo: svolge un ruolo di scoperta del visivo. In particolare, E. H. Gombrich distingue due forme principali di coinvolgimento psicologico nell’immagine:

il riconoscimento, identificare ciò che si vede nell’immagine con ciò che si vede o si potrebbe vedere nella realtà; questa possibilità dona un piacere specifico, legato alla soddisfazione psicologica che deriva dal ritrovare un’esperienza visiva all’interno di un’immagine, in una forma che è al contempo ripetitiva, condensata, gestibile;

il ricordo: l’immagine veicola una forma necessariamente codificata, un sapere sul reale; tale forma è ciò che potremmo indicare semplicemente come schema, “una struttura cioè semplice, memorizzabile come tale al di là delle sue diverse attualizzazioni”

L’immagine, oltre ad  avere un particolare rapporto con l’inconscio in quanto crea un mondo immaginario, è dunque fonte di emozioni; l’esperienza visiva, cioè, è dotata di una componente emotiva (che si connota come partecipazione affettiva, empatia) e di pulsioni.

Gli elementi fin qui descritti come caratterizzanti le immagini visive, richiamano quegli aspetti che sono strettamente connessi all’esperienza creativa: l’immaginazione, l’illusione e l’emotività, la metaforizzazione e la simbolizzazione del reale. 

Di conseguenza, si può dedurre che la fruizione attiva (creazione) o passiva (osservazione) delle immagini visive può stimolare il pensiero creativo, favorendo le principali esperienze che lo caratterizzano e quindi anche delineando eventuali percorsi di indagine introspettiva e di trasformazione. 

Perché utilizzare la fotografia in progetti di cambiamento e di sviluppo

La fotografia aiuta a vedere con occhi nuovi le cose che le persone hanno sempre visto. Permette la percezione dei sentimenti ed il loro ri- collegamento, permette di essere viscerali e cognitivi e permette al passato di diventare presente. Permette alle persone di usare le fotografie come stimoli per sollecitare risposte sia a ciò che è chiaro che all’informazione implicita nell’immagine fotografica, e di precipitare il dialogo che non emergerebbe in tale qualità e profondità se fossero usate solo le parole per esplorare il soggetto (Judy Weiser)

Visto che si attribuisce un significato ad una fotografia più emozionalmente che visivamente, non dovrebbe sorprendere che le fotografie spesso scatenano ricordi profondi, sentimenti forti e contenuti presenti a livello inconscio

(Foto di A.G., realizzata durante workshop di autoritratto)

Nella relazione d’aiuto, la fotografia è dunque un acceleratore e favorisce l’emergere di tematiche significative per la persona, che troverebbero espressione con più lentezza usando soltanto le parole per esplorare il soggetto. Ho potuto verificarlo perfettamente durante alcuni percorsi di fotografia terapeutica in comunità per il recupero dalla tossicodipendenza. Qui l’affiancamento degli psicoterapeuti è stato prezioso per noi, ma anche per loro, che hanno potuto portare in terapia tematiche nuove, emerse durante il lavoro fotografico. 

Inoltre, l’esperienza della soggettività con la quale si percepisce e si attribuisce significato ad un’immagine, permette di sperimentare che non ci può essere un modo sbagliato di guardare una fotografia o una risposta sbagliata ad essa; quindi, non ci possono essere risposte sbagliate (proprie o di altri). Il giusto e lo sbagliato diventano termini puramente relativi, perché le risposte alle fotografie sono accettate per il contenuto piuttosto che per la loro correttezza. Dal momento che ogni interpretazione è corretta dal punto di vista di chi la dà, l’uso delle immagini in progetti di cambiamento – terapeutici e non – può essere uno strumento efficace per aiutare l’autoconsapevolezza ed il rinforzo di sé, specialmente con coloro che sono abituati a sentire le proprie percezioni svalutate o messe in discussione.

Il cambiamento della visione

Può essere utile a rendersi conto che il proprio personale modo di interpretare il mondo e le azioni degli altri non è l’unico modo possibile. Se si accetta che molte persone possono vedere una fotografia in modi molto diversi (ognuno dal proprio punto di vista), allora si può pensare di capire che questa diversità di percezione si può verificare in tutte le interazioni quotidiane, quando si fanno le cose in modo diverso dagli altri (ognuno osservando gli altri). 

Un cambiamento può iniziare solo dall’interno; solo dal rendersi conto che c’è più di un modo per vedere la propria situazione, solo così le persone troveranno ciò che potrebbe aiutarle a considerare le cose da un’altra prospettiva. Per aiutare gli altri a fare i cambiamenti che vogliono (in particolare i soggetti di una minoranza, di una classe o razza privata di diritti, o di altre realtà diverse),è importante riuscire a vedere il mondo attraverso i loro occhi (e scoprire i filtri della realtà unici che determinano in modo selettivo i loro significati speciali, anche se questi possono non sempre essere evidenti a chi osserva, al terapeuta, al facilitatore). 

Attraverso le fotografie, sia scattate che collezionate, le persone ci consegnano una via d’accesso alla loro personale visione del mondo.

Ed è lì il seme di un cambiamento possibile. 

Se ti interessa sperimentare percorsi di fotografia e autoritratto per promuovere esperienze di sviluppo e di cambiamento, puoi dare un’occhiata qui.

Se invece hai voglia di utilizzare intraprendere una prima esperienza introspettiva attraverso il linguaggio fotografico, scarica il workbook e, se ti va, raccontami come va!

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